La Mistress Martina di Riccardo Mainardi alle prese con un incontro particolare

Riccardo Mainardi | Mistress

Martina si alzò molto presto quel giorno.
Non era ancora suonata la sveglia che Arthur le spalmò sulla faccia la sua lingua ruvida leccandola più volte e facendole sentire il suo alito caldo.
D’altronde, da qualche mese ormai, da quando la sua padrona si era lasciata con Luca, il papà di Raja, Arthur dormiva nel lettone ai suoi piedi e, in base a un tacito accordo, per ricambiarla del favore, si era assunto l’onere di darle la sveglia ogni mattina.
Ma quella era anche l’ora dei bisogni. E poiché la sua padroncina, come quasi ogni giorno, sarebbe rimasta fuori casa per diverse ore, ciò che quel cucciolo esigeva rientrava ampiamente fra i suoi diritti sacrosanti! Dopo aver messo sul fuoco la caffettiera Martina si fiondò sotto la doccia lasciando che l’acqua tiepida levigasse il suo corpo e avvolgesse la sua anima in un sogno di pioggia sottile.
Per qualche istante guardò compiaciuta allo specchio la sua nudità duplicata: qualcosa di simile alla perfezione. Un corpo esplosivo sapientemente depilato. Sovranamente bello.
Lei, regina di notti senza luna, si preparava a regalare piaceri stravaganti a un animale da macello che, più tardi, avrebbe trafitto con i suoi tacchi affilati.
Indossò l’accappatoio e sorseggiò il caffè a fior di labbra. Il nero bollente e il fragrante aroma della bevanda spazzarono via quel lieve turbamento che l’aveva assalita nel cuore della notte.
Quindi asciugò con cura i suoi bellissimi capelli castano chiaro modellando la chioma con le sole dita, senza spazzola, perché così esigeva il cliente che avrebbe dovuto incontrare quella mattina.
Si diede lo smalto rosa sulle unghie delle mani (anche questo su esplicita richiesta) affinché fosse conforme a quello dei piedini che aveva già accuratamente smaltato la sera prima.
Al contempo cercò di tenere a freno l’impazienza di Arthur che, in piena fibrillazione e col guinzaglio in bocca, correva come un pazzo da una stanza all’altra.
«Sì tesoro, ora usciamo» gli disse Martina resasi conto che stava mettendo a dura prova il sistema parasimpatico del cucciolo.
Appena varcato il portone, Arthur, consapevole che la sua padrona non avrebbe potuto dedicargli molto tempo, senza indugiare si affrettò a fare i suoi bisogni. Quindi, con aria più distesa e fiero di essere stato all’altezza dei suoi compiti, infilò il muso fra le gambe della ragazza che lo gratificò con dolci carezze e qualche coccola.

Appena rientrata a casa Martina guardò inorridita il grande orologio a pendolo della cucina: erano già le sette e venticinque e prima di partire avrebbe dovuto fare troppe cose!
Dapprima riempì di crocchette e acqua fresca le ciotole di Arthur e Noa che, almeno quanto ai bisogni, si era resa autonoma.
Poi si vestì secondo le istruzioni ricevute dal suo “slave”: abitino nero in chiffon sexy aderente senza maniche con inserti di pizzo sul seno e schiena nuda; collant appena velati; stivaletti neri tacco dodici e, per finire, qualche spruzzo di Muguet Porcelaine di Hermes, il profumo al mughetto che le aveva regalato proprio quel cliente.
Era pronta.
Svegliò Raja, la coccolò per un paio di minuti e le preparò il biberon che mise in borsa. Al contempo verificò che vi fosse tutto il necessario per la sessione di metà mattinata: corde, frustino, decolleté rosse con tacco affilatissimo, nonché siringa e fiala di adrenalina che, fortunatamente, dovette usare una sola volta per uno schiavo che dopo un gioco estremo aveva perso i sensi.
Alle sette e quarantacinque, sulla porta di casa, i suoi occhi incontrarono lo sguardo tristissimo di Arthur. Gli diede un bacio sul muso che lui ricambiò all’istante leccandole la guancia.
Finalmente uscì reggendo la piccina con la mano destra mentre con la sinistra teneva la borsa degli “attrezzi”.
Fortunatamente Erika, la baby sitter, abitava a pochi isolati dal suo. In tutta fretta le lasciò la bimba e le impartì le ultime istruzioni. Poi, resasi conto del ritardo mostruoso chiamò un taxi e si fece portare di volata alla stazione. La città viaggiava veloce dal finestrino dell’auto mentre lei difendeva il suo viso dai primi raggi abbaglianti del mattino.
Di tanto in tanto lo sguardo di qualche sconosciuto la penetrava furtivo attraverso il vetro.
Quei volti, quelle persone, quella città, le venivano incontro veloci e poi svanivano oltre il finestrino come fossero soltanto sogni.
Una profonda nostalgia avvolse la sua anima.
Malinconia di sere senza luna accendendo Gauloise, di birre con le amiche sotto la luce dei lampioni, di danze sfrenate sino a sfibrare i muscoli e la mente.
Voglia di abbandonarsi al buio di lunghissime notti senza alba e di lasciarsi coprire dal loro nero mantello. Ma, soprattutto, voglia di non ferirsi più.

Il Freccia Bianca delle 8.24 per Milano Centrale era già sul binario quando lei tutta trafelata vi salì.
“Carrozza 2 – posto 76 finestrino – prima classe” lesse sul biglietto. Ma essendo salita al volo non aveva potuto notare il numero della carrozza. Così approfittò del controllore che proprio in quel mentre le passava accanto.
«Mi scusi, per cortesia mi potrebbe aiutare?» gli chiese Martina presentandogli il biglietto.
«Certo signorina» rispose l’addetto mostrandole uno svenevole sorriso. «La prego, mi segua che l’accompagno al suo posto con immenso piacere» le disse ancora il bigliettaio con fare lezioso e sdolcinato.
«Grazie! Lei è davvero gentile» rispose la ragazza giunta dinanzi al suo scompartimento mentre pensava Se mi capitassi sotto te lo toglierei io quello stupido sorriso a forza di frustate!
Lo scompartimento era occupato soltanto da un altro viaggiatore assorto nella lettura di un giornale. Piuttosto anziano, distinto e in abiti eleganti la salutò garbatamente e lei lo ricambiò.
Approfittando di essere in compagnia di un solo passeggero Martina si tolse gli stivaletti ma, prima di distendere le gambe sulla poltrona dinanzi alla sua, chiese educatamente a quel signore «Posso?»
«Faccia come se fosse a casa sua» rispose l’uomo pregustando la vista conturbante dei collant della ragazza.
«Grazie!» rispose Martina socchiudendo gli occhi, come se volesse riposarsi un po’. Notò tuttavia che quel signore aveva smesso di sfogliare il giornale che ormai usava per nascondersi alla sua vista mentre lo sguardo scivolava di continuo a sinistra, verso le sue gambe seducenti e sensuali.
Nonostante avesse passato la settantina e praticasse sesso sempre più raramente, quell’uomo sentì che qualcosa andava prendendo forma sotto i pantaloni. Così, per nascondere il suo evidente imbarazzo posò in grembo alcune pagine del quotidiano fingendo di continuare a leggere le altre.
Martina che, ad occhi socchiusi, si era gustata tutta la scena, non riuscì a trattenere uno spontaneo sorriso.
Se c’è una cosa che mi annoia terribilmente pensò la ragazza è il comportamento degli uomini. Sono monotoni, ripetitivi, prevedibili, banali. Non sono mai riusciti a stupirmi. Eppure ne ho conosciuti tanti.
Con loro riesco a divertirmi solo quando gioco al gatto col topo, quando domino il loro stupido orgoglio o assecondo le loro squallide illusioni. Oppure quando li umilio fisicamente e verbalmente. Mi viene da ridere se penso che faccio crescere al top il loro desiderio e poi decido se appagarlo o meno. Anche se mi compensano profumatamente sono e sarò sempre io a stabilire le regole del gioco!

Alle nove e quindici in punto, in perfetto orario, il Freccia Bianca giunse alla stazione di Milano Centrale. Tanti sguardi si incrociavano per caso nel turbinio di una metropoli senza quiete. Tanti occhi gli uni negli altri, per un attimo.
Poi, il frenetico vortice della città che corre fa abbandonare desideri appena accarezzati. E quegli occhi non si conosceranno mai; quelle labbra non si incontreranno, neppure per un solo istante.
In Piazza della Repubblica decine di clochard ancora avvolti nei sacchi a pelo si risvegliavano dai loro incubi mentre gli sguardi indifferenti di signore ingioiellate sancivano l’eterno divario della diseguaglianza.
Uomini e donne di differenti etnie si accalcavano all’ingresso della metropolitana. Le passavano accanto sfiorandola, eppure Martina non si era mai sentita così sola.
Nessuno si accorgeva di lei e lei non si accorgeva di loro.
Così scorre la vita nelle grandi città.
Come ogni giorno il caos della metropoli inghiotte solitudini, dolori, gioie e rimpianti.
Nell’atrio della stazione di tanto in tanto si avvertivano le vibrazioni del metrò e l’inquietante stridio delle lamiere e dei freni che scandiva fin dalle prime ore del mattino la frenetica realtà del giorno che comincia.
Martina, assorta nei suoi pensieri, si diresse verso il parcheggio dei taxi.
«Piazza Castello tre» disse al primo tassista disponibile.
«Certo, signorina» le rispose un uomo sulla cinquantina facendola accomodare sui sedili posteriori di una Mercedes un po’ datata ma tenuta con cura.
Il magistrato Ettore Carminati, lo “schiavo” che lei avrebbe incontrato quella mattina, la stava aspettando in Via Minghetti, in un meraviglioso attico di sua proprietà che dall’alto di un sontuoso palazzo dominava il Castello Sforzesco.
Cinquantadue anni, presidente di Corte di Cassazione, era temuto da tutti nel suo ambiente per l’autorevolezza che lo contraddistingueva nei dibattimenti nonché per la severità e il rigore con cui trattava i suoi sottoposti. I collaboratori di cui l’alto magistrato si avvaleva, sudavano freddo ogniqualvolta dovevano chiedergli udienza o erano obbligati a recarsi nel suo ufficio per sottoporre alla firma degli atti giudiziari.
Il dottor Carminati era sposato da quindici anni con una bella donna un po’ austera e assai morigerata, aliena da qualsiasi tipo di eccesso o di sregolatezza; di saldissimi principi morali ma un po’ bigotta e, soprattutto, amante dell’apparire più che dell’essere.
Il giudice non era mai riuscito a esternarle le sue fantasie erotiche più bizzarre né a renderla partecipe delle sue singolari inclinazioni sessuali, ben consapevole che sua moglie le avrebbe considerate intollerabili forme di perversione e giudicate così assurde da poter arrivare persino a chiedergli il divorzio.
Così, da alcuni anni ormai, si rivolgeva a delle dominatrici di professione che potessero soddisfare le sue voglie più oscure e i suoi più estremi desideri.
Sebbene a Milano vi fossero alcune mistress di conclamata bravura, anche lui era rimasto affascinato dalle foto e dai video che Martina aveva messo sul suo sito. Così iniziò a frequentarla una volta alla settimana noncurante di doverle corrispondere un compenso maggiorato a causa del viaggio.

Dopo sei mesi di incontri contraddistinti da una totale assenza di confini, il magistrato aveva compreso che non sarebbe più riuscito a staccarsi da quella ragazza che, con consumata arguzia e abile maestrìa, aveva tessuto un sapiente tantra di dolore e piacere, di rifiuto e empatia, di umiliazione e attrazione tali da accendere in lui un costante desiderio e generare dinamiche di assoluta dipendenza.
La straordinaria forza di volontà e il quotidiano esercizio del potere che, agli occhi della gente, facevano apparire Carminati come uno fra i più autorevoli rappresentanti della magistratura, in presenza della giovane mistress si annullavano lasciando spazio soltanto alle sue voglie di sottomissione e di dominazione: lui si trasformava in vittima e lei nel suo carnefice!
Il desiderio dei suoi tacchi affilati che calpestavano l’ addome sino a lacerarlo, o di essere umiliato da una cascata di “pioggia dorata” o di poter baciare sino allo sfinimento i suoi deliziosi piedini supplicando punizioni meno severe, turbava frequentemente le sue notti rendendole insonni.
Martina, con malizia e stravaganza, si immedesimava alla perfezione nel ruolo di donna dominante. E a giudicare dall’entità degli accessi sul suo sito nonché dal crescente numero di “schiavi”, poteva sicuramente annoverarsi tra le Top five più richieste del nord Italia.
Dopo un’ottima colazione nello storico Caffè Calicantus sito proprio dinanzi all’ingresso del Castello Sforzesco, Martina si avviò con passo deciso verso l’abitazione del magistrato che, nell’attesa, aveva messo in freezer una bottiglia di Bollinger per darle il benvenuto.
La ragazza varcò la porta dell’attico con passo superbo e, senza neppure rivolgergli uno sguardo, gli disse sprezzante «Su, versami da bere che il viaggio mi ha messo sete!»
«Subito, mia padrona!» rispose con deferenza l’uomo dirigendosi rapido verso il frigo bar.
Stappò la bottiglia di champagne e riempì il calice della giovane mistress.
Stava per versarne un po’ anche nel suo quando, con tono perentorio, lei lo bloccò: «Ti ho forse dato il permesso di bere? Non hai ancora imparato che non puoi assumere iniziative senza il mio esplicito consenso?
Sono certa che dopo la sessione di oggi capirai, una volta per tutte, qual è il tuo ruolo, schiavetto mini dotato e impotente!»

«Sì, ho sbagliato e ti chiedo perdono» rispose l’alto magistrato temendo una punizione troppo dura. «Ti prometto che non farò mai più nulla senza chiedere il tuo permesso!» aggiunse inginocchiandosi e congiungendo le mani in segno di preghiera.
«Non ho dubbi, so che non accadrà mai più. Ma oggi hai sbagliato e per questo riceverai una punizione esemplare!» «No…ti prego…sono ancora dolorante per la sessione della volta scorsa e ne porto tuttora i segni…abbi un po’ di pietà…» le disse sbottonandosi la camicia e mostrandole i numerosi ematomi che, come uno strano mosaico, tappezzavano il suo corpo.
Ancora genuflesso il giudice osservava dal basso la straordinaria bellezza della giovane. Quel corpo quasi perfetto.
Quel viso dai lineamenti regolari che faceva sognare. Quelle gambe e quei piedini coperti da calze appena velate che emanavano una sensualità smisurata. Le sue posture spavalde e il suo sguardo superbo incutevano soggezione e rispetto e dal tono della sua voce seducente promanavano classe e sicurezza.
La ragazza si sedette in poltrona. Quindi estrasse dal portasigarette una Gauloise e se la mise lentamente fra le labbra. Mentre il magistrato la osservava immobile e affascinato la giovane disse con aria severa «E allora? Voglio fumarla adesso, mica domani!»
Fu solo in quel momento che il dottor Carminati capì. Rapido si alzò, aprì il cassetto, estrasse un accendino, poi si precipitò da Martina e le accese la sigaretta.
«Scusa padrona, conosco il galateo ma ero distratto dalla tua bellezza!»
«Sai che non esistono scuse!» fece lei con movenze studiate. «Questa tua negligenza raddoppierà la razione di calci!» aggiunse mentre lui chinò con deferenza lo sguardo.
Fu allora che lei si alzò, avvicinò il suo viso a pochi centimetri da quello del magistrato e lo fissò negli occhi. Lui sentì tutto il suo essere sconvolto da un turbinio di emozioni. Il fascino che la ragazza sprigionava unito alla paura che incuteva il suo sguardo sancirono per l’ennesima volta i loro differenti ruoli: lei indiscussa regina e lui eterno sottomesso.
Poi Martina afferrò con la mano il viso del dottor Carminati, lo strinse con forza e gli disse: «Ora tu lotterai con me, ad armi pari!»
«Ma, padrona…non potrei mai perdonarmi se ti facessi del male…» le disse il giudice mentre un’inspiegabile erezione si materializzava sotto i suoi slip. «Da giovane ero cintura verde di judo» aggiunse con un certo orgoglio ignaro che la grazia e la femminilità di quella ragazza in apparenza così dolce nascondevano l’indole di un’abile lottatrice.
«Bene!» fece lei soddisfatta «vorrà dire che resisterai qualche secondo in più!» concluse sorridendo.
«Ora sfilami gli stivali e aiutami a togliere l’abito» gli ordinò inflessibile la giovane mentre lui la assecondò chinandosi stregato dalla vista di quei deliziosi piedini velati da conturbanti calze tigrate. Quindi abbassò la lampo della mistress che restò in tanga e reggiseno. Martina si sedette sul bordo del letto e, con gesti accattivanti e misurati, si tolse lentamente le calze. Poi sgranchì le dita dei piedini a pochi centimetri dal viso del magistrato, che, come se avesse un groppo in gola, non riusciva a deglutire la saliva.
Anche lui si spogliò. Circa ottanta chili di peso e piuttosto atletico il Carminati osservava la ragazza annientato dalla sua provocante sensualità. Il suo fallo premeva con forza negli slip e appena lei se ne avvide sorrise compiaciuta della sua irresistibile avvenenza.
«Bene, ora attaccami come se fossi la tua più acerrima rivale» gli ordinò con fare perentorio. «Sei esperto di judo, no? Allora prova a immobilizzarmi!»
L’uomo le afferrò le braccia cercando di bloccarle dietro alla schiena ma lei, con una mossa rapida e felina, ruotando l’anca e facendo leva sul suo arto lo scaraventò a terra e gli premette il piede sul petto per impedirgli di rialzarsi. Se avesse forzato la leva avrebbe potuto fratturargli il braccio.
«Questo era un O Goshi» disse lei alludendo alla tecnica adottata. Poi, liberandolo, aggiunse: «Voglio darti un’altra chance. Però, dato che non ti stai confrontando con una sprovveduta, cerca di aggredirmi con più decisione. Bada che questa volta non ti risparmierò come ho fatto poc’anzi!» ribadì Martina mentre lui si preparava a sferrare il secondo attacco.
Innervosito per l’umiliazione subita il magistrato si scagliò su di lei con furia ma la ragazza con sconcertante destrezza si girò su se stessa e gli assestò un calcio in pieno viso. Il malcapitato, per il forte dolore, si inginocchiò a terra. Un secondo calcio al bersaglio grosso ridusse l’uomo alla completa mercé della giovane.
Dolorante, sconfitto e ridicolizzato dinanzi allo strapotere di Martina, il dottor Carminati giaceva a terra sotto i suoi piedi senza più difese. Ma in quel momento comprese che quella situazione di totale sottomissione era la cosa che più aveva desiderato in vita sua.
Un uomo del suo livello, del suo potere e della sua cultura giaceva ai piedi della donna umiliato e deriso, costretto ad ammettere tutta la sua inferiorità dinanzi a quella ragazza così affascinante e crudele che lo dominava a piacimento.
«E adesso è giunta l’ora della tua vera punizione!» disse lei con sguardo severo. «Mettimi le decolleté!» aggiunse categorica. Quindi, notando la titubanza del giudice nell’eseguire l’ordine proseguì «Devo ricominciare a prenderti a calci? Non hai ancora capito che è tuo dovere inginocchiarti ai miei piedi ed eseguire gli ordini che ti impartisco? Non hai capito che la tua dignità si trova qui sotto?» gli disse ancora posando la pianta del suo piede proprio sulla sua faccia.
Carminati eseguì l’ordine lentamente, con il pene costantemente eretto, assaporando feticisticamente ogni istante e bramando di piacere nell’essere assoggettato in quel modo al volere e al potere della sua padrona.
«Vedi che se ti applichi non sei del tutto inutile!» disse Martina sorridendo. «Avrei potuto obbligarti con la forza, ma vedo che sei ragionevole! Prima bacia i miei piedi, in fondo è ciò che vuoi! Poi mettimi le decolleté».
Il magistrato cominciò a baciarli con passione, sempre più estasiato, mentre l’eccitazione cresceva a dismisura. Poi sollevò il capo e osservandola dal basso verso l’alto, sentendosi completamente in sua balìa, le confessò: «Sì, mia padrona, è proprio ciò che voglio e che ho sempre desiderato! Amo la tua crudeltà, la tua bellezza e il tuo potere. Sì, è vero» continuò «in vita mia non ho desiderato altro che questo! E non ho mai provato piacere più grande con nessun’altra donna! Solo con te, padrona, mi sembra di sfiorare le corde del sublime!»
Poi le infilò con delicatezza le calzature dal tacco acuminato mentre Martina, restando seduta su un alto sgabello in pelle bianca, divaricò le gambe quel tanto che bastò a svelare scorci di paradiso.
Lui lanciò un’occhiata furtiva a quelle meraviglie involontariamente mostrate, ma fu aspramente castigato. «Abbassa lo sguardo!» gli ordinò lei ad alta voce.
«Ti è consentito solo adorare i miei stupendi piedini!» aggiunse imperiosa premendogli con forza il piede destro sul collo fino a schiacciargli la faccia sul pavimento a pochi centimetri dal sinistro. «Il resto non lo puoi profanare neppure con lo sguardo!»
«E adesso, in ginocchio, che ti annodo come un pacco!» fece la giovane legando stretti dietro alla schiena i polsi del giudice.

Due minuti dopo gli si parò di fronte in guêpière, mostrandogli la sua statuaria bellezza.
Poi, spingendolo con il tacco lo fece cadere all’indietro sul pavimento, in posizione supina. Quindi salì su di lui con tutto il peso e iniziò a calpestarlo sul petto e sul ventre indugiando talora sulle parti intime mentre il malcapitato ansimava e si lamentava per il lancinante dolore.
«Zitto!» gridò impietosa la mistress dandogli un calcio sotto l’ombelico. Il tacco affilato penetrò di qualche millimetro nelle carni dello slave che, seppur sanguinante, si trattenne dal proferire alcunché.
All’apice del suo sadico piacere Martina iniziò una vera e propria danza sul ventre di quello sciagurato. Dapprima più dolce, poi sfrenata, sino a dilaniare la pelle e i muscoli del suo schiavo.
Gli occhi di lui, supplichevoli, incrociarono quelli di lei, due mandorle scintillanti nella penombra della stanza. Ma ciò non servì ad attenuare quell’incessante martirio.
Come un’esperta danzatrice Martina alternava pose scultoree a parossismi geometrici. Il suo corpo guizzante come una falena, a un passo dal divino, simulava in un esaltante crescendo l’apoteosi della dominazione.
Senza mai smettere di affondare i tacchi nell’addome dello slave, a un tratto la ragazza chiuse gli occhi e tese le braccia verso l’alto. Come posseduta dalle forze del male pareva evocare spiriti e demoni da altre dimensioni. Dopo alcuni minuti di totale estraniamento volse lo sguardo in basso, verso ciò che restava del suo schiavo e senza fermarsi un solo istante gli disse sghignazzando: «Sai, ho sempre amato la danza del ventre…specie se il ventre su cui ballo è il tuo!»
Poi seguitò a umiliarlo e a deriderlo continuando a saltellare sul suo corpo.
Dal basso, il magistrato, steso a terra e con le mani legate, non poteva che osservare nel più assoluto silenzio la bellezza sovrana di Martina e l’armonia delle sue giuste proporzioni mentre con sensuale eleganza i tacchi acuminati delle decolleté persistevano nella loro penetrazione addominale.
Il lancinante dolore che quell’uomo sopportava a denti stretti, senza più alcun lamento, agli occhi di un osservatore imparziale avrebbe fatto supporre che egli desiderasse soltanto che quel supplizio avesse fine.
In realtà, se nel giorno fatale quell’uomo avesse potuto scegliere l’agonia più lieve per il suo trapasso, senza alcun dubbio avrebbe desiderato volare all’aldilà sotto i tacchi affilati della sua crudele padrona.
Dopo aver sottoposto il suo schiavo a dieci minuti di vera e propria tortura la giovane, non tanto per pietà, quanto perché si era annoiata di quel gioco monotono, senza neppure lasciargli riprendere fiato gli ordinò «Ora sdraiati sul letto. Ho voglia di divertirmi con il “breath play”».
«Ma Martina…scusa, volevo dire mia venerabile dea» bisbigliò il giudice con voce flebile e implorante «l’ho già sperimentato una volta e, se ben ricordi, stavo per lasciarci le piume. Ti prego, questo no…» la supplicò letteralmente terrorizzato.
«E chi se ne frega!» rispose lei con aria strafottente.
«Se ci lasci la pelle non è mica un problema mio!»
Quindi si tolse le scarpe e salì a sua volta sul letto. Poi avvolse il collo dello schiavo tra le sue cosce come tra le spire di un grosso pitone e cominciò a stringerlo sempre più.
L’uomo dapprima arrossì in volto, poi divenne cianotico, con gli occhi strabuzzati, mentre il suo membro andava assumendo un visibile turgore. Un attimo prima che perdesse i sensi Martina allentò la stretta.
«Sei fortunato, schiavo! Oggi mi sento buona, ma bada che non sarà sempre così…» gli disse mentre il volto del dottor Carminati cominciava ad assumere un colorito un po’ più umano.
«E adesso, dato che non ti sei più lamentato, per premio puoi leccarmi e baciarmi i piedi quanto vuoi.
«Grazie, mia dea!» rispose più sereno il magistrato.
Per alcuni minuti, sempre legato e in erezione permanente, al culmine dell’estasi, l’uomo leccò e succhiò le dita dei piedini della giovane mistress. Poi, guardandola negli occhi in preda a una struggente voglia si azzardò a domandare «Scusa, padrona, e il “finale”? Oggi non mi concedi il finale?»
«Ha ha ha, il finale…il coglione vorrebbe il finale…ha ha ha…E no, caro inutile vermiciattolo, oggi nessun finale… Come puoi credere che un’anima da Arancia Meccanica come la mia possa concederti il finale?» gli rispose Martina beffarda calibrando maliziose movenze e ancheggiando per deriderlo.
«Forse la prossima volta…» aggiunse alzandosi ed esibendo il suo didietro come una micia in calore consapevole di farglielo diventare ancora più duro.
Poi si affacciò al davanzale e si sporse sul traffico nervoso della città.
«Versami ancora da bere!» gli ordinò inflessibile «ma questa volta, per mia gentile concessione puoi versarne un calice anche a te!»
«Grazie!» rispose con voce sommessa lo slave mentre, con un po’ di cotone imbevuto d’acqua ossigenata tamponava le ferite ancora sanguinanti.
Certo che devo piacerti proprio tanto se continui a chiamarmi dopo la terza volta che ti mando in bianco! Pensava Martina orgogliosa e compiaciuta di sé mentre notò che le pupille del suo schiavo erano dilatate oltre misura.
«Tu pippi coca, bello mio, e in dosi da cavallo…» gli disse la mistress mentre il magistrato, in precario equilibrio, rischiò di cadere.
«Non preoccuparti, non farò la spia: la riservatezza prima di tutto!» aggiunse sorseggiando disinvolta lo champagne.
«Certo che se lo sapesse quel mio amico che hai fatto sbattere dentro in terza istanza per soli tre grammi non so come te la caveresti…» concluse sogghignando mentre oltre alle pupille si dilatò l’intero sistema vascolare del giudice.
«Adesso devo proprio andare, il tempo è volato!» fece la giovane guardando l’orologio. «Ho altri due schiavi un po’ meno viscidi di te che mi stanno aspettando. Uno di loro è pure figo, e credo proprio che a lui il finale lo concederò, ha ha ha…» aggiunse divertita rimettendosi in fretta gli stivali.

«Ecco, è per te, mia padrona» fece il dottor Carminati allungandole una busta. «Mi sono permesso di aggiungere un supplemento…mi rendo conto che viaggiare sempre è stancante…» disse ancora credendo ingenuamente di poter comprare quella ragazza con un po’ di denaro in più. Non si rendeva conto che con l’andare del tempo stava cedendo l’anima a quella diabolica creatura che, in cambio, nutriva i suoi desideri più torbidi e annullava i suoi sensi.
«Permesso accordato. Certe iniziative sono sempre bene accette!» fece Martina contando le banconote.
«Forse la prossima volta sarò un po’ più buona con te e, per premiare il tuo spirito d’iniziativa, se sarò ispirata potrebbe anche esserci il “finale”».
«Grazie!» replicò il magistrato chinandosi a baciarle gli stivali per l’ultima volta prima di accompagnarla alla porta. «Grazie a te! Per oggi accontentati di questa mia dolce ricompensa» gli rispose la giovane mistress dandogli un casto bacetto sulla guancia.

 
Riccardo Mainardi, “Mistress”.

 

Informazioni:
Facebook Riccardo Mainardi

Riccardo Mainardi è uno scrittore di Rapallo. A fine 2018 pubblica con Giovane Holden Edizioni il romanzo storico-fantasy “Il sogno di Amos”, primo classificato alla terza edizione del Premio Books for Peace di Roma (sezione Fantasy), trofeo speciale della giuria al Premio Città di Sarzana 2019 e finalista ai Premi Bukowski e Toscana in Poesia (sezione Narrativa). Ha appena ultimato la stesura della sua quarta opera di narrativa intitolata "Mistress”, romanzo inedito finalista al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como per la Narrativa Inedita, in autopubblicazione, da cui è tratto questo racconto.


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