La chiamo solo perché venezuelana
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Rieti
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Nient'altro mi aveva colpito nel suo annuncio. Il testo apprezzabile, senza mirabolanti esagerazioni, ma niente di più. Le foto, quelle di una bella ragazza in posa, ti chiedi saranno le sue. Però quel 'venezuelana'. Scandito. Ma anche se non fosse scandito. Mi fa pensare ad una ragazza dolce, allegra. La pelle mora, sinuosa, sensuale. Cosciente di se e del suo corpo. Che sa usare senza farsi usare. Spontanea. Disponibile non remissiva. L'accento ispanico mi eccita. Così le latinoamericane. Le venezuelane di più, non so perché. Finito l'elenco dei luoghi comuni, prima di denunciarmi per completa imbecillità, telefono. La strada è centrale, troppo trafficata. Non ho l'impressione di un posto riservato. Il portone aperto a metà facilità un po' le cose. Nei corridoi osservo le porte chiuse. Le supero allungando il passo per essere subito dietro un angolo. Un ingresso aperto. La porta a vetri illumina appena me che gli sono davanti, ma è chiusa. Non so che fare. Sento aprirsi una porta laterale. Buia. Intuisco qualcuno. Mi parla sottovoce. Entro. Il buio della stanza è appena rischiarato da piccole luci. Ho il fiatone. Lei in due pezzi, il buio, i capelli, non ricordo il suo viso. Parla dolcemente. Mi abbraccia, poi si gira e si struscia contro di me. Mi prende la mano. Qualche passo. Parliamo. Le piace il suo lavoro. Far rilassare le persone. Il bisogno di lasciarsi fuori il mondo per cinque minuti. Incontrarsi tra sconosciuti senza farsi del male. Siamo nudi. Forse ci capiamo. Forse stiamo recitando una parte. Si abbassa davanti a me. Apre un preservativo. Me lo mette. Lo avvolge con la bocca. Le accarezzo una spalla. Mi piace. Si rialza. Poggia un piede su qualcosa. Si lubrifica davanti a me. Non è un gesto tecnico e freddo né un artificio erotico. Fa tutto con continuità, con naturalezza, senza strappi. Guida speditamente. Eppure non avverto fretta. Si gira. Poggia una mano al muro. Con l'altra mi porta dentro porgendomi il bacino. Il gel rende i movimenti leggeri. Quasi impercepibili. Alla ricerca di una sensazione migliore, mi muovo più forte. Batto contro il suo culo. Sento male alle cosce. Mi appoggio. Scopro che è spigoloso e duro quello che alla vista e al tatto sento morbido e rotondeggiante. Noto adesso la vita strettissima. Ci porto le mani. Poi con una scendo. Sento solo le grandi labbra lisce, dure e scivolose. Mi pento di non aver concordato di più. Me l'avrebbe fatta leccare, penso. Col pollice appena lubrificato cerco l'ingresso rugoso del culo. Non lo trovo. Finisco poco dopo ansimando e appoggiando la guancia sulla sua spalla, tra la pelle liscia e tiepida e il ruvido dei capelli. Ci salutiamo baciandoci come amici alla stazione. Sotto, il sole. Mi riporta alla realtà. Alla paura degli sguardi. Alla smania di ricordare quei momenti.
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